Politiche per la cultura in Europa. Modelli di governance a confronto PDF

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Författare: Francesco Giambrone.

È possibile mutuare in Italia dagli altri Paesi modelli, prassi, buone pratiche che ci mettano in condizione di affrontare le sfide che anche in campo di politiche culturali sono connesse al cambiamento necessario per far fronte alla grave crisi che stiamo vivendo? È possibile immaginare un nuovo impegno riformatore della classe dirigente italiana che faccia tesoro delle esperienze positive altrove consolidate? È possibile aprire una riflessione seria sul tema della gestione delle Istituzioni culturali, dalla valorizzazione del nostro grande patrimonio alla distribuzione delle risorse pubbliche? Infine, è possibile restituire centralità alle politiche culturali rispetto all’azione di governo? Questo volume vuole fornire uno strumento di conoscenza di modelli differenti dal nostro, modelli che pur avendo subito negli anni molte trasformazioni hanno dimostrato nei diversi contesti di funzionare.

Ho letto l’informativa sull’utilizzo dati personali. A partire dalla fine degli anni Ottanta le trasformazioni portate dall’immigrazione hanno prodotto un processo di intensa politicizzazione, a cui ha corrisposto il fiorire di una copiosa legislazione sul tema. In Italia è stata la Lega Nord a farsi interprete dell’insofferenza verso l’immigrazione in generale e verso il presunto scippo di identità a cui le diverse culture e fedi religiose degli stranieri potevano condurre. Come effetto collaterale della rapida e intensa politicizzazione dell’immigrazione si è assistito all’esasperazione di un fenomeno d’altra parte affatto sconosciuto nel campo delle politiche pubbliche, ovvero lo scarto tra i discorsi politici, le prese di posizioni dei leader di turno, le affermazioni di principio, da una parte, e dall’altra i provvedimenti concretamente attuati e le pratiche utilizzate per far fronte alle sfide poste dalle migrazioni. In questo saggio il tema dei discorsi pubblici sull’immigrazione messi a confronto con i provvedimenti concretamente attuati sarà affrontato in riferimento alle politiche di integrazione degli immigrati, che come vedremo sono da sempre lasciate alla competenza dei livelli periferici di governo e in particolare alle regioni e ai comuni.

L’analisi inizierà passando in rassegna l’evoluzione della legislazione sull’immigrazione, con particolare riferimento ai provvedimenti di integrazione degli stranieri e alle competenze e risorse economiche assegnate alle regioni e ai comuni. Se le politiche di controllo migratorio e di gestione dei flussi sono di competenza prevalente dei governi nazionali, vincolati per alcuni aspetti dalle direttive dell’Unione Europea, l’integrazione dei migranti è invece oggetto di un sistema di governo più articolato. Piattoni, The theory of multi-level governance. Prima di passare in rassegna come si declina la governance multilivello nelle politiche per gli immigrati è opportuno segnalare che la questione dell’integrazione è entrata nell’agenda pubblica di intervento solo a metà degli anni Novanta, dopo che già erano state promulgate due leggi sull’immigrazione, la l.

Il ruolo riconosciuto ai governi periferici da questa legge si può ricondurre a due livelli: da una parte, una possibilità di influenzare il processo decisionale nazionale attraverso la partecipazione alla Consulta per i problemi dei lavoratori extracomunitari e delle loro famiglie, prevista dall’art. 2, e, dall’altra, l’attribuzione di un certo numero di competenze nell’integrazione sociale territoriale. 1986 era passata praticamente inosservata, il dibattito su questa normativa fu invece al centro dell’attenzione mediatica. Le competenze attribuite dalla legge agli enti locali risentivano di questa situazione di emergenza.

Hine, La legislazione sull’immigrazione del 1998: un test di coesione governativa, in Politica in Italia, a cura di D. Nel 1994 l’allora capo del governo Carlo Azeglio Ciampi assegnava al ministro Fernanda Contri il compito di formulare una nuova legge. La commissione nominata dal ministro presentò una proposta di legge che rimase tuttavia lettera morta, anche perché poche settimane più tardi le elezioni politiche portarono al governo la Lega Nord. Si crearono dunque le condizioni per l’emergere di una progettualità subnazionale a favore degli immigrati, nonché per una maggiore organicità delle politiche laddove erano già presenti delle iniziative.

All’inizio degli anni Duemila vari fattori hanno concorso a un’ulteriore spinta verso la devoluzione delle politiche di integrazione alle regioni e agli enti locali. Entrando più nel dettaglio, la legge di riforma dell’assistenza sociale ha istituito i Piani sociali di zona come modalità ordinaria per programmare e implementare le politiche sociali di competenza locale, incluse le misure di integrazione. Gli enti locali, insieme ad altri attori pubblici e privati del territorio, hanno acquisito pertanto notevoli poteri di formulazione delle politiche anche rispetto all’ente regionale, che rimane comunque il referente finale dei vari piani di zona. Livi Bacci, Cronache di due fallimenti. L’ultima legge sull’immigrazione, la Bossi-Fini, pur introducendo novità restrittive in tema di controllo degli stranieri, ha riconfermato l’impostazione della legge precedente riguardo agli interventi di integrazione, compresa la forte delega alla periferia nella gestione della materia.

Il nesso è stato istituito introducendo uno strumento peraltro già largamente utilizzato in altri Paesi europei, pur se con sfumature variabili: il cosiddetto Accordo di integrazione, che gli stranieri neoarrivati sono obbligati a sottoscrivere nel momento in cui viene loro rilasciato il primo permesso di soggiorno. Accordo di integrazione, il governo guidato da Silvio Berlusconi ha presentato anche un documento che intendeva avviare un nuovo corso nelle politiche italiane dell’integrazione: il Piano per l’integrazione nella sicurezza. In conclusione, lo stesso tentativo di dare un indirizzo nazionale più chiaro e coerente alle politiche di integrazione, che sembra voler emergere dall’Accordo di integrazione e dal documento Identità e incontro, appare depotenziato da una parte dai tempi lunghi per l’entrata in vigore dell’accordo, dall’altra dalla scarsità di risorse messe in campo e dal dialogo inadeguato tra il governo e la periferia. Da quanto detto finora emerge chiaramente che l’agenda di policy sull’immigrazione in Italia per lungo tempo non si è spinta oltre alle questioni del controllo degli ingressi e della sicurezza.

E anche quando si è arrivati a una presa in carico del tema integrazione, con la legge del 1998, vari fattori istituzionali e politici descritti nel paragrafo precedente hanno determinato l’assenza o l’estrema debolezza di una strategia nazionale in materia. Una delle dimensioni principali su cui si è manifestato lo scarto tra politiche di inclusione degli immigrati dichiarate e in uso è stato proprio l’asse nazionale-locale. Le città non possono permettersi di evitare di affrontare i problemi dell’integrazione e quando lo fanno devono utilizzare un approccio il più possibile pragmatico: questa è probabilmente anche la ragione per cui talvolta gli interventi locali si discostano dalle ideologie del livello nazionale. E anche quando i comuni sono riluttanti a occuparsi di questi temi, potrebbero essere obbligati a farlo a causa dell’esplodere di episodi di violenza, come è accaduto per es. Il livello di governo locale nei primi anni Novanta è stato un vero e proprio laboratorio di innovazioni, soprattutto in relazione all’estensione dei diritti sociali degli immigrati.

Ciò è stato possibile anche facendo ricorso a pratiche contra legem, in parte successivamente sanate dal governo nazionale. Turco-Napolitano garantiva l’assistenza sanitaria gratuita anche ai loro figli. Un’altra esperienza interessante a livello regionale è quella dell’Umbria, che con la l. Riguardando ancora l’esordio delle politiche di integrazione territoriali alla fine degli anni Ottanta, emerge come il tempismo e il dinamismo con cui il terzo settore ha dovunque tamponato molte emergenze, legate per es.

Vicenza, dove i protagonisti nell’accoglienza dei primi flussi consistenti del 1987-88 sono stati la Caritas, l’Ufficio missionario e i sindacati. Lo stile scarsamente interventista degli amministratori locali nei territori della cosiddetta subcultura politica bianca, a Vicenza ha anche prodotto momenti di tensione rispetto alle misure di integrazione. Due sono gli strumenti di intervento che, a partire dal 2005, hanno creato una certa convergenza tra le politiche locali, anche se attuate da maggioranze con diverse colorazioni politiche: i corsi di lingua per stranieri e l’introduzione dei mediatori interculturali. Da paladini dei diritti sociali dei migranti, alcuni comuni delle regioni settentrionali nei primi anni Duemila hanno assunto il volto di persecutori, utilizzando provvedimenti amministrativi di stampo xenofobo. L’accesso all’edilizia pubblica e l’accesso degli stranieri alle prestazioni assistenziali sono stati altri temi su cui le discipline regionali e locali hanno assunto posizioni diverse fra loro, che rivelano tra l’altro come la condizione giuridica dello straniero sia frammentata in riferimento al luogo in cui risiedono. Riguardo all’assegnazione di alloggi pubblici, per es.

Un altro esempio significativo è rappresentato, nella Regione Friuli Venezia Giulia, dalla l. 16 che ha modificato l’attribuzione dei punteggi degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, prevedendo una maggiorazione in base agli anni di residenza nel territorio regionale o allo svolgimento di attività lavorativa in Friuli per almeno cinque anni. Va anche rilevato, comunque, che alcuni enti subnazionali continuano invece a svolgere una ruolo di pungolo verso il livello nazionale per il riconoscimento di diritti sociali. Esemplare in questo senso è il caso della Toscana riguardo alle prestazioni sociali per i cittadini irregolari, un campo che ha suscitato attrito negli ultimi anni tra Stato e regioni. La Puglia è rappresentativa dei problemi e delle criticità dell’Italia meridionale dal punto di vista degli alti livelli di disoccupazione e di economia sommersa, della carenza di servizi, della corruzione politica e dell’inefficienza delle amministrazioni pubbliche. Per quanto questa tradizionale frattura, risalente al secondo dopoguerra, si sia ampiamente trasformata e certamente sia meno profonda di un tempo, rimane nelle due regioni qualche eredità di policy specifica.